[XII] pag. 84. Un nuovo paradigma della realtà? > Capitolo 2. L’essere umano nel nuovo paradigma. 2.1 siamo un’anima in evoluzione.

La vita come processo di apprendimento: la coscienza superiore e il Sé

Quella che segue è una sintesi della descrizione dell’essere umano proposta da Annie Marquier nella sua opera “Free Your True Self: The Power of Free Will”. (in italiano “La libertà di essere”- letterale “Liberate il vostro vero sè: il potere del libero arbitrio”).

Secondo Marquier, noi esseri umani siamo un’anima che possiede uno strumento. Questo è ciò che conosciamo come la forma umana, che consiste in un corpo fisico-etereo, un sistema emozionale e un sistema mentale. Tale strumento può essere chiamato “personalità” o “ego“, ed è è ciò che permette l’espressione dell’anima nel mondo.

L’obiettivo del processo evolutivo, lo scopo dell’esistenza su questo pianeta non è raggiungere un livello di perfezione che è già presente, a livello dell’essenza divina in noi, ma costruire uno strumento – la personalità, l’ego – che sia totalmente flessibile e ricettivo all’energia e alla volontà dell’anima, in modo che sia possibile manifestare la sua perfezione in modo diretto e concreto in questo mondo. Quando la meta è finalmente raggiunta, i tre corpi, fisico, emotivo e mentale, saranno espressione diretta della perfezione, della bellezza, dell’intelligenza e del potere. Infatti, saranno espressione di tutte le qualità “divine” del Sé.

Per quello che riguarda lo strumento è ancora in fase di costruzione. L’obiettivo di quello che viene generalmente chiamato processo di “evoluzione” non è ancora stato raggiunto.

Per avere un’idea generale del funzionamento dell’essere umano e della fonte delle nostre difficoltà, si può fare riferimento a un’analogia della tradizione orientale che mostra la struttura della coscienza umana. Essa paragona l’essere umano a una combinazione di elementi che fanno parte di una carrozza, trainata da un cavallo, con un cocchiere che lo guida e il padrone o proprietario che siede nella carrozza, dietro al cocchiere.

Questa combinazione di elementi si muove lungo un sentiero. La carrozza rappresenta il corpo fisico, il cavallo il corpo emotivo, il cocchiere il corpo mentale e il padrone rappresenta il sè o l’anima. Il sentiero simboleggia il grande viaggio dell’anima affinché possa sperimentare il mondo della materia e acquisirne la padronanza attraverso una personalità ben coordinata.

Per procedere efficacemente lungo il sentiero, è necessaria una carrozza in buona forma: un corpo fisico sano, che comprenda un cervello e un sistema nervoso in condizioni ottimali per il compito da svolgere.

È necessario anche un buon cavallo, quanto più forte sia, più velocemente ci si muoverà lungo il percorso e più possibilità ci saranno in termini di scoperte e di esperienze. Questo significa che è bene avere un sistema emozionale potente. Tuttavia, un cavallo vigoroso deve essere controllato, altrimenti può lasciarsi andare e iniziare a galoppare in modo incontrollato o inappropriato. Quando questo accade, di solito si finisce fuori strada, con la carrozza (il corpo fisico) seriamente danneggiata. Questo è ciò che accade quando si lascia che la propria vita sia controllata esclusivamente dalle emozioni; tuttavia, il cavallo è necessario per muovere efficacemente la carrozza. La condizione del corpo fisico dipende in gran parte dal numero di volte in cui si è lasciato trascinare, finendo fuori strada e quindi danneggiandosi, o anche dal numero di volte in cui il cocchiere (la mente) non è riuscito a controllare il cavallo. È noto che la condizione del corpo fisico dipende, in larga misura, dallo stato emotivo.

In linea di principio, il cocchiere deve essere in grado di controllare il cavallo in modo intelligente, e usare tutta la sua potenza sapientemente. Il ruolo del cavallo (emozioni) è quello di fornire l’energia necessaria per far funzionare il mondo materiale. D’altra parte, il cocchiere (il corpo mentale) svolge il ruolo di controllare questa energia con intelligenza.

Ma il cocchiere non conosce il percorso. Per questo motivo, deve sintonizzarsi con le istruzioni provenienti dal Sé/Io (cioè il maestro che siede nella carrozza) e rispettarle. Affinché il viaggio sia utile, il maestro, che è l’unico ad avere una percezione accurata della realtà in ogni momento, deve gestire l’intera combinazione di elementi.

Allo stesso modo, affinché la parte mentale di un essere umano possa essere in grado di adempiere pienamente al suo scopo deve, da una parte, sviluppare la sua capacità di essere in contatto diretto e consapevole con l’anima, in modo da sintonizzarsi con chiarezza sulle sue indicazioni; e, dall’altra, di sviluppare una profonda conoscenza della propria natura emotiva al fine di canalizzare saggiamente la propria energia. Inoltre deve anche sapere come rendere il processo efficace ed intelligente. Quando si raggiunge questa modalità ideale ed equilibrata di funzionamento, significa che la personalità – una combinazione di elementi fisici, emotivi e mentali – è totalmente subordinata al Maestro. Il Sé/Io/Anima può quindi manifestare pienamente tutte le sue qualità nel mondo fisico.

Per comprendere lo scenario attuale che coinvolge gli esseri umani bisogna osservare da vicino il modo in cui lavora il cocchiere. In realtà è un personaggio bifronte. Infatti, secondo gli insegnamenti spirituali che sono stati verificati attraverso innumerevoli osservazioni pratiche, è possibile ritenere che il corpo mentale sia composto da due parti:

La prima, o mente inferiore, appartiene alla personalità. Per il momento è strettamente legata ai meccanismi emozionali. Questa parte della mente non ha conoscenza e funziona come una macchina, basata sugli automatismi delle esperienze passate, da automatismi provenienti da esperienze passate. Tuttavia, è molto attiva nella coscienza collettiva, in realtà troppo attiva, nel senso che non permette alla mente superiore di agire, non lascia spazio all’intuizione e ostacola l’illuminazione.

La seconda, chiamata mente superiore, è in contatto diretto con il Sé/Io. È, infatti, il collegamento tra l’anima e la personalità. Grazie al rapporto con il Sé/Io, ha accesso alla conoscenza. Quando la mente superiore è attiva e la mente inferiore è silenziosa e ricettiva, la personalità si lascia guidare dall’energia del Sé/Io e manifesta il meglio di sé nel mondo. Così la vita diventa molto soddisfacente.

L’analogia della carrozza è utile, perché ci permette di cogliere l’importanza della mente nel corretto funzionamento del sistema umano. La qualità della vita di una persona dipende da quale parte della mente ha il controllo. Se è la mente superiore a gestire la situazione, allora si è in contatto con il Sé/Io e le conseguenze per la persona sono radicalmente diverse. Vale la pena ricordare che sia il corpo fisico che il corpo emotivo hanno le loro leggi di funzionamento e il ruolo della mente superiore è proprio quello di imparare a controllare questi meccanismi in modo efficace e in accordo con la volontà del Sé/Io.

Qualsiasi esperienza di trasformazione interiore deve aspirare che sia la mente superiore, e non quella inferiore, ad avere il controllo della personalità. Il processo consiste nel far sì che la coscienza cessi di identificarsi con la mente inferiore e si identifichi con l’anima attraverso la mente superiore. La trasformazione interiore avviene perciò quando la coscienza si armonizza con il Sé/Io piuttosto che con l’ego. Se, al contrario, la coscienza si identifica con l’ego attraverso la mente inferiore, la conseguenza è una percezione inadeguata della realtà: si vive nell’ignoranza e ci si affida ad automatismi che provengono dal passato; la stessa esperienza di vita diventa difficile e limitante, tanto per sé stessi come per gli altri.

Al contrario, quando la coscienza arriva a identificarsi con il Sé/Io attraverso la mente superiore, la comprensione è accurata e precisa in ogni momento, si ha un’esperienza gioiosa del mondo e un enorme senso di padronanza e libertà. Il proprio comportamento e la qualità dell’esperienza di vita dipendono direttamente da con quale dei due aspetti la coscienza si identifica.

Il compito di modificare il punto di identificazione della coscienza è quindi essenziale per questo processo di trasformazione. Per comprendere le difficoltà attuali, nel tentativo di vivere in uno stato permanente di pace e armonia, è necessario comprendere sia il processo di trasformazione della coscienza sia il processo di identificazione con l’ego – che la coscienza deve affrontare perchè sia possibile la costituzione dell’ego stesso – sia il processo opposto, quello della disidentificazione, a cui ci si deve sottomettere per riacquistare la libertà. È l’ordine naturale delle cose, che la coscienza debba prima identificarsi con l’ego, per poterlo costruire. Durante questo periodo di di costituzione, in assenza della saggezza del Sé, l’ego sviluppa un meccanismo di funzionamento che è la mente inferiore.

Oggi molte persone non hanno bisogno di rafforzare la propria personalità, perché è già sufficientemente ben costruita. Nella coscienza di queste persone arde il desiderio di liberarsi dai vincoli del loro meccanismo inferiore. È giunto quindi il momento in cui l’identificazione con il meccanismo dell’ego non solo è inadeguata, ma è diventata anche una fonte di sofferenza e di limitazione. Ciò che era utile a un certo punto dell’evoluzione è ora un ostacolo. Si tratta quindi di perfezionare un ego imperfetto per poi lasciarlo andare. Ci si può liberare di un ego solo se perfezionato.

A seconda del livello evolutivo di ciascuno, è possibile trovare molti esseri umani che si identificano ancora con l’ego, mentre alcuni altri sono riusciti a identificarsi con il Sé/Io in misura variabile. In questo ambito entrano in gioco due dinamiche diverse che dipendono, come già detto, dal fatto che la coscienza si identifichi con l’ego o con il Sé/Io.

Se è vero che si deve aspirare a lasciare andare l’attaccamento al mondo, ciò non deve essere inteso nel senso di cercare di fuggire da tale rapporto, ma piuttosto nel senso di cercare di acquisire la padronanza su di esso.

L’identificazione con la personalità non è un errore. È stata necessaria per migliaia di anni; il suo scopo era quello di rendere possibile la costruzione di uno strumento fisico, emotivo e mentale affinché l’Assoluto si manifestasse in questo mondo e si realizzasse l’unione dello spirito con la materia.

Quando questo strumento è sufficientemente ben costruito, è il momento di abbandonare l’attaccamento della coscienza alla materia, cioè la separazione e l’identità a livello dell’ego, per porre lo strumento sotto il controllo del Sé/Io. Pertanto, la “negazione” dell’ego non è una cosa negativa, si tratta solo di adottare la giusta prospettiva.

Molte persone oggi sono disposte a spostare l’attenzione operativa sull’anima; ma i vecchi meccanismi rimangono attivi nella coscienza, per cui si continuano a sperimentare entrambi i modi di funzionamento, a seconda delle circostanze. Si arriva quindi a un bivio in cui si deve fare una scelta: lasciare che la coscienza continui a identificarsi con l’ego – esponendosi a possibili conseguenze disastrose – oppure spostare l’identificazione della propria coscienza verso la realtà dell’anima, attraverso un lavoro interiore consapevole per riconnettersi con la vera natura umana, con il significato profondo di questa vita, con la gioia e la libertà dell’essere.

Cosa bisogna fare affinché, col tempo, la personalità possa essere considerata pienamente costruita e ricettiva alla volontà dell’anima? Alcune raccomandazioni generali a questo proposito possono essere le seguenti:

Familiarizzare con i meccanismi dello strumento (ego), con i suoi componenti, con il loro funzionamento in questo momento; diventare pienamente consapevoli di tali meccanismi inconsci, cioè conoscere se stessi in termini di meccanismi, sia consci che inconsci, della propria personalità; riconoscere il fatto che non si è lo strumento, ma si è responsabili della sua costruzione e, attraverso questa conoscenza, iniziare a non identificarsi più con lo strumento.

Fare il punto sulle necessità e sui miglioramenti necessari nella struttura attuale affinché lo strumento sia in grado di manifestare le qualità del Sé, come la guarigione, la capacità di lasciare andare i complessi del passato, ecc.

Riconoscere la necessità di sviluppare gli elementi superiori per attivare il pieno potenziale dello strumento: lo sviluppo della mente superiore, dell’intelligenza, del cuore e di tutte le qualità del Sé/Io; rafforzare il contatto diretto con il Sé/Io e identificare sempre più la coscienza con l’anima.

Le esperienze successive dell’anima
Per spiegare questa idea, si seguirà l’argomentazione di Annie Marquier nella sua opera sopra citata. L’umanità lavora da tempo alla progressiva costruzione e all’allineamento dell’ego attraverso un processo specifico, che si svolge principalmente attraverso una serie di “viaggi” nel mondo della materia, un insieme di “vite” successive. Attraverso queste incursioni nei tre mondi è possibile affinare ulteriormente il proprio strumento per l’espressione della volontà del Sé/Io.

Man mano che ogni viaggio viene completato, si acquisisce saggezza e padronanza e si incorpora un bagaglio prezioso, ma anche un bagaglio non altrettanto prezioso – ossessioni, ricordi negativi, fallimenti, sofferenze ecc.

Il fatto che una persona abbia l’opportunità di fare diversi viaggi nel mondo della materia, anziché uno solo, è qualcosa che è diventato più ampiamente accettato nella coscienza collettiva negli ultimi decenni. Questi viaggi verrebbero intrapresi per costruire e perfezionare il proprio strumento e il suo allineamento con l’anima. Sebbene sia sempre più accettato, questo fenomeno necessita di alcuni chiarimenti, poiché c’è ancora molta confusione intorno all’argomento.

In poche parole: non è l’ego a “reincarnarsi”. Al contrario, a ogni reincarnazione la vecchia personalità si dissolve e l’ego si trasforma in una personalità completamente diversa da tutte quelle vissute in precedenza, al fine di perfezionare il proprio strumento. È vero che le esperienze delle vite passate avranno rilevanza nella costituzione del nuovo livello di personalità; siamo immortali a livello di Sé/ego/anima, ma mortali in termini di personalità e, finché si rimane identificati con quella personalità, si muore.

In questo contesto, quindi, si può considerare il fenomeno della “reincarnazione” come il processo di costruzione del proprio strumento per la manifestazione del Sé nei tre mondi, e non come un’illusione di permanenza per l’ego. Perciò è meglio chiamarla “esperienze successive” e non reincarnazione; in questo modo si eviteranno confusioni, come la credenza nella possibilità che l’intera persona si reincarni, o che si reincarni in un essere meno evoluto, come ad esempio un gatto; perché l’archivio della coscienza è sempre in evoluzione verso una maggiore convergenza con l’Assoluto.

In realtà, dopo ogni “morte” si ritorna alla coscienza universale e lì si seleziona il materiale da elaborare nelle esperienze successive.

Sulla base delle nostre osservazioni, sembra che questo sia un principio molto utile per guardare le cose dalla prospettiva delle vite “individuali” successive. Infatti, ogni unità (anima) è responsabile dell’elaborazione della propria trasformazione. Questa prospettiva rende più facile l’identificazione con l’anima, poiché essa è costituita dalla somma delle esperienze accumulate dalle diverse personalità. Rifiutando la prospettiva di una serie di “vite” individuali, si esclude automaticamente la possibilità di fare un lavoro interiore mirato a ciò che deve essere fatto a livello inconscio.

Basta semplicemente evitare di considerare questi percorsi di vita “personali” a livello dell’ego; queste diverse vite non appartengono alla personalità effettiva della persona, ma alla sua anima, come parte del materiale che deve elaborare. E poiché a livello dell’anima noi esseri umani non siamo separati gli uni dagli altri, non si può dire che queste vite siano “nostre”, di ciascuno. Ma, d’altra parte, è la “mia” anima. Torniamo al paradosso per cui qualcosa non è individuale “o” collettivo, ma individuale “e” collettivo. Entrambi gli approcci convergono infine in quello che appare come un paradosso, come sempre accade quando si cerca di descrivere la realtà a livello dell’anima, piuttosto che a livello della mente ordinaria, con i suoi ovvi limiti. È praticamente impossibile descrivere la realtà del Sé/Io/anima attraverso i concetti della personalità. Tuttavia, una volta assimilato il paradosso, ciò che rimane è la realtà fondamentale che l’anima sta costruendo uno strumento attraverso successive esperienze nel mondo della materia. Queste vite non sono “noi”: sono semplicemente esperienze dell’Essere/Io. D’altra parte, gli esseri umani hanno la responsabilità di fare qualcosa con queste esperienze.

Alla fine di ogni vita, il corpo fisico muore, come tutti sanno. Si sa anche che la sostanza o la materia che compone quel corpo si sfalda completamente. A quel punto, secondo la scienza materialista, la persona scompare per sempre. E, in effetti, è vero che il corpo fisico è scomparso.

Tuttavia, la coscienza che abitava quel corpo non cessa di esistere. Infatti, dopo aver lasciato il corpo fisico, la coscienza animica continua a fare esperienze sul piano emotivo – chiamato anche “piano astrale” – e sul piano mentale. L’individuo, quindi, continua a esistere, per un certo periodo, nel mondo astrale, con tutti i pensieri e le emozioni che ha vissuto durante la vita fisica da cui è appena uscito. Il corpo della sua personalità è allora costituito solo da materia emotiva e mentale.

Poi arriva il momento di lasciare il mondo emotivo, dopo aver fatto ciò che è necessario a quel livello. Ora la persona è “morta” in questo mondo emozionale; si allontana dal suo corpo emozionale, che in seguito si fonderà con la materia astrale universale, proprio come il corpo fisico si fonde con la materia fisica universale dopo la sua morte fisica.

Da parte sua, il Sé/Io/anima esiste solo nel campo mentale. Il processo è lo stesso dei livelli precedenti: dopo un certo tempo di esperienze su questo livello, la persona si stacca dal suo corpo mentale, che a sua volta si fonde con la materia mentale universale; ora è finalmente sul livello dell’anima.

La personalità, utilizzata dall’ego come mezzo di esperienza, si è completamente dissolta. L’ego è morto e non riapparirà più come prima. Che cosa rimane allora dopo il viaggio attraverso questa vita appena conclusa? Dove, a quale livello, c’è una qualche forma di continuità?

La spiegazione è che quando la coscienza si separa dal corpo fisico/eterico, tutte le informazioni relative alle esperienze di questo corpo nel corso della vita appena conclusa vengono registrate in un’unità di coscienza chiamata atomo permanente o archivio della coscienza. Così, quando la coscienza si allontana dai corpi astrale e mentale, porta con sé atomi permanenti contenenti l’essenza dell’esperienza individuale a livello emotivo e mentale. Quando la personalità si è completamente disintegrata e la coscienza che persiste nella persona è tornata completamente al Sé, ciò che rimane sono questi atomi permanenti in cui il Sé può accedere a tutte le informazioni relative alle esperienze accumulate in questa vita nei tre mondi. Questo si aggiunge alle esperienze raccolte durante le vite precedenti.

In quel momento, il Sé “fa il punto”, per così dire, su ciò che possiede e non ha padroneggiato, sulla capacità o incapacità del suo strumento di manifestare la sua volontà nei tre mondi. Su questa base, determina anche quali “lezioni” non sono ancora state apprese, sceglie una data appropriata e pone le condizioni per la ricreazione di un nuovo strumento in un contesto favorevole all’ulteriore apprendimento. Non è quindi la forma – fisica, emotiva o mentale – non è l’ultima personalità vissuta che si “reincarna”, perché non esiste più. Il Sé costruisce semplicemente un altro strumento, alla luce delle esperienze passate, un’altra “personalità”, per intraprendere una nuova serie di esperienze. Quest’ultima non è completamente indipendente dalle personalità precedenti, perché si basa su ciò che è stato appreso finora, su tutti gli aspetti della coscienza già sviluppati, su tutte le lezioni apprese o ancora da apprendere.

Così, la nascita fisica di un essere è dotata di un potenziale relativamente ben definito, a livello mentale, emozionale e fisico, come risultato dell’integrazione di tutte le esperienze passate che deve ancora incontrare in questa vita. Questo potenziale contiene tutte le comprensioni coscienti, il patrimonio positivo di conoscenze acquisite sui livelli di padronanza fisica, emotiva e mentale: un’intera dinamica di padronanza che l’Essere può utilizzare direttamente per manifestare la sua volontà sul piano terreno. Questo costituisce la parte dell’ego flessibile, intelligente, creativa, libera e serena, che lo rende uno strumento efficace.

D’altra parte, poiché il processo evolutivo non è stato completato, questo essere porta con sé anche i “frammenti” dell’ego che sono ancora a un basso livello di sviluppo o che si sono solidificati o bloccati in seguito a esperienze passate.

Tutto ciò significa che l’individuo possiede un certo numero di esperienze positive in termini di conoscenza e saggezza, da cui deriva un certo grado di padronanza nei tre mondi. Ma, allo stesso tempo, portano ancora con sé un pesante carico di materiale incompreso e di spazzatura psicologica, come sottoprodotto del processo stesso di costruzione. La mancanza di padronanza deriva da queste parti dell’ego, oltre che da tutte le sofferenze e le limitazioni che una persona sperimenta nella sua vita.

Sebbene possa sembrare che l’evoluzione di ogni individuo sia indipendente da quella degli altri, la verità non è così semplice. Tutti gli esseri umani sono in ultima analisi collegati tra loro e ogni storia individuale, a un certo punto, dovrà svolgere un ruolo maggiore nell’evoluzione di una coscienza più universale. In realtà, l’umanità sta progredendo collettivamente.

Questa sensazione cresce man mano che un individuo si evolve. La pressione nell’anima sembra intensificarsi, costringendo l’individuo a perseguire la sua ricerca con qualsiasi mezzo a sua disposizione. Fino ad oggi, coloro che sentivano questa chiamata interiore in modo chiaro erano molto pochi. Oggi la pressione spirituale collettiva dell’anima, favorita da tutti coloro che hanno già aperto vie di auto-realizzazione, ha raggiunto un livello di intensità tale che un numero crescente di esseri umani sente questa chiamata interiore, con maggiore o minore chiarezza.

Ciò spiega perché questo “risveglio della coscienza” è avvertito in tutto il mondo e si sta gradualmente manifestando in tutti i settori dell’attività umana – sia essa politica, sociale, economica, medica o educativa – e nel crescente interesse pubblico per un’ampia varietà di attività che si occupano più o meno profondamente della crescita personale e delle realtà sottili. Questo “risveglio” viene vissuto con diversi gradi di consapevolezza, naturalmente, ma è un segno sicuro che l’umanità nel suo complesso sta cercando una via d’uscita dalla costrizione del materialismo. Siamo sul punto di trovare la strada per un livello superiore di coscienza e libertà.

Inoltre, la persona può scoprire di essere sempre meno motivata da interessi personali. Accedendo e collegandosi all’energia dell’anima, il desiderio di contribuire diventa la motivazione più profonda e naturale per portare avanti questo processo interiore. Si cerca spontaneamente di aiutare gli altri, di creare lavoro in modo originale, di manifestare l’amore in modo concreto, attraverso il servizio all’umanità. Questo avviene anche a costo di grandi sforzi personali, ma in uno spirito di dedizione libero e gioioso, che permette all’anima di partecipare più attivamente alla manifestazione del “Regno di Dio” sulla Terra.

Questa prospettiva è importante perché permette di evitare immediatamente il pericolo dell'”egoismo spirituale”, che potrebbe essere espresso più o meno così: “Mi preoccupo della mia crescita e l’unica cosa che conta è la mia autorealizzazione spirituale”. Ciò sarebbe in contraddizione con il processo evolutivo stesso e vanificherebbe ogni ulteriore lavoro.

Tuttavia, bisogna anche fare attenzione a evitare l'”orgoglio spirituale”: “Sono spiritualmente a un punto più avanzato degli altri e ho una grande missione da compiere nel mondo”; o il “senso di colpa spirituale”: “Dovrei essere una persona migliore”. Queste distorsioni derivano dall’ego. Tuttavia, anche in questi atteggiamenti errati c’è della verità. Infatti, lavorare alla propria trasformazione spirituale è, in un certo senso, l’unico percorso da seguire; non si può prendere il posto di qualcun altro e fare il suo lavoro, perché ognuno ha il suo percorso, così come la responsabilità spirituale che ha scelto per sé. È possibile essere un’ispirazione, un esempio e un modello di sostegno per gli altri, ma ognuno deve andare avanti con i propri sforzi personali.

È giunto il momento di individuare il primo e fondamentale principio che regola la vera crescita spirituale e che condiziona tutte le gerarchie di aspiranti: è la purezza dell’intenzione.

Il grado di purezza dell’intenzione, così come la giustezza della motivazione della personalità, attireranno l’attenzione dell’anima, che a sua volta invierà un’ondata di energia di guarigione e trasformazione alla personalità. Questo fatto è stato spesso menzionato da vari Maestri, quando hanno ricordato nei loro insegnamenti che bisogna chiarire le proprie motivazioni per trovare il “giusto scopo”.

Uno scopo “puro” è raro, ma quando si verifica porta sempre al successo. La motivazione dell’individuo può essere egoistica e personale, oppure altruistica e spirituale. Per quanto riguarda gli aspiranti spirituali, si tratta di una motivazione più o meno mista. Il potere dipende quindi dalla purezza dell’intenzione e dall’intensità della concentrazione.

In effetti, non importa a quale livello ci si trovi o in quale campo di attività si sia impegnati: è l’intenzione, e non le azioni esterne, a determinare il risultato finale. Questo vale sia per le azioni materiali che si compiono nel mondo ordinario, sia per le azioni che si compiono sul sentiero spirituale. Si può meditare dieci ore al giorno, ma se alla fine si cerca di ottenere certi poteri e di alimentare il proprio orgoglio, o di ritirarsi dal mondo, tutto ciò che si otterrà, senza esserne consapevoli, sarà di intensificare i propri schemi inconsci. L’illuminazione non arriva solo perché si è meditato; è essenziale sviluppare una vera conoscenza di sé se non si vuole perdere il proprio Sé nell’illusione delle “buone intenzioni”, che in realtà provengono direttamente dalla parte inconscia dell’ego. Lo stesso vale per tutte le discipline e le tecniche di trasformazione interiore, così come per i metodi di sviluppo personale o le pratiche spirituali. Se, fin dall’inizio, non ci si sforza di comprendere il funzionamento del proprio ego, si rischia di rafforzare il muro dell’illusione e di rimanere sempre più intrappolati nei meccanismi della propria natura inferiore.

Indagare il funzionamento del proprio ego è un compito molto impegnativo, ma prima o poi bisogna affrontare la realtà se si vuole davvero accedere alla libertà e al potere dell’anima. Chiarire il più possibile il proprio scopo personale darà alla persona il potere di affrontare qualsiasi approccio. Questo chiarimento sarà uno sforzo consapevole. Diventare consapevoli dei propri schemi di difesa inconsci è molto utile per riconoscere le motivazioni che derivano dai meccanismi dell’ego.

A sostegno dell’intenzione cosciente, a un certo punto sarà necessario lavorare a livello inconscio, poiché è qui che si trovano le motivazioni più attive. Ciò che si pensa a livello cosciente è spesso lontano da ciò che si trova nell’inconscio, che condiziona la propria vita, finché non è sufficientemente chiarito.

L’intenzione non deve essere solo chiara, ma anche forte.

Tuttavia, anche se l’essere umano può comprendere il suo potenziale, anche nei termini più chiari, questo non è sufficiente per muovere un solo passo verso la sua realizzazione. Per realizzare questo potenziale, deve sperimentare un desiderio di liberazione che si consuma, deve essere pronto a rischiare tutto per raggiungere la liberazione.

Se si vuole intraprendere un processo di introspezione, è necessario essere spinti da un desiderio libero e ardente. L’anima non impone nulla al livello della personalità; la personalità deve decidere consapevolmente e sovranamente di aprirsi all’impulso proveniente dall’anima. Nessuno è obbligato a partecipare a un processo di trasformazione; è possibile continuare a vivere a livello dell’ego finché lo si desidera. Non c’è nulla di male in questo, tranne che si riveli insoddisfacente e provochi una sofferenza duratura. La scelta è propria e solo personale.

È qui che entra in gioco la forza di volontà. Ci vogliono determinazione e coraggio per andare avanti sul sentiero spirituale, perché, come già detto, quando l’anima si manifesta, l’ego concentra tutte le sue energie per impiegare i suoi meccanismi di difesa, e la battaglia interna può essere intensa. Solo con una volontà incrollabile, rafforzata da quella che alcuni chiamano “fede”, è possibile superare le difficoltà che si incontrano lungo il cammino.

In effetti, la dedizione di una persona alla trasformazione e la forza della sua volontà sono direttamente correlate al suo livello di evoluzione. Se è interiormente disposta a fare questo passo, a lasciare andare le vecchie strutture e a vivere al livello dell’anima, la sua dedizione al processo di liberazione sarà molto forte. Una persona meno evoluta, invece, non sarà interessata a questo tipo di lavoro. Sarà più appropriato per lui continuare con il processo di costruzione dell’ego e sperimentare i suoi limiti, insieme alla gioia limitata e all’inevitabile sofferenza. L’intenzione di questa persona di intraprendere il processo di trasformazione non può essere forte, perché non è il momento giusto per farlo.

Utilizzare l’intenzione come forza motivante per la trasformazione può sembrare semplice, ma non lo è, perché l’ego non ha intenzione di cambiare o di mettersi in discussione. Quando qualcuno si risveglia al suo vero Sé, può sperimentare conflitti interiori non sempre consapevoli. La volontà del Sé è quella di accelerare il processo di trasformazione attraverso un cambiamento radicale nel meccanismo della coscienza, mentre la volontà dell’ego è quella di mantenere lo status quo.

Quando l’individuo è consapevole del lavoro svolto ed è disposto a impegnarsi in questo compito nel contesto dell’anima, a quel punto i metodi diventano molto efficaci. Non importa quale sia il sistema utilizzato; si potrebbe dire che un’intenzione debole produce risultati deboli, mentre una forte determinazione produce risultati di ampia portata. E con la stessa misura di intenzione, un metodo regolare può produrre buoni risultati, mentre un metodo molto buono darà risultati eccellenti. D’altra parte, senza un’intenzione chiara e forte, un metodo, per quanto buono, non produrrà risultati duraturi.

In un certo senso, ciò di cui stiamo parlando è della libertà, anche se in un altro modo, con altre parole. Infatti, se ciò che determina il successo di un processo di lavoro interiore non è tanto il metodo utilizzato per realizzarlo – anche se alcuni sono più efficaci di altri – ma la volontà e la giusta motivazione (purezza dell’intenzione/intensità) dell’individuo per raggiungere il fine a cui aspira, ciò significa che ogni essere umano è libero e pienamente responsabile dei propri risultati.