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3.2 Felicità e livelli di coscienza

Tutti gli esperti di ricerca sulla coscienza sostengono che esiste un’equazione matematica che tutti dovrebbero conoscere:

Felicità = Livello di coscienza

È facile capire che la motivazione di base di tutte le decisioni personali è la ricerca della felicità. Nel vecchio paradigma si cercava di convincere le persone che sarebbero state felici se tutte le cose esterne fossero state di loro gradimento. Ma le circostanze esterne cambiano continuamente e se si concepisce la felicità in questo modo si è sempre in balia di ciò che accade all’esterno, che sfugge al proprio controllo.

Il Nuovo Paradigma mostra che la felicità si trova solo all’interno. All’origine della felicità non ci sono gli eventi, ma l’atteggiamento nei loro confronti. La felicità non si realizza nel “quando” – “quando avrò i soldi, quando mi laureerò, quando troverò un partner” – ma nel “mentre”, e dipende da quanto si è connessi alla propria fonte interiore. Essere felici indipendentemente da qualsiasi motivo esterno è la sfida. Il paradosso è che più una persona è in questo stato interiore, più facilmente i suoi desideri saranno soddisfatti. È come se l’Universo rispondesse all’atteggiamento interiore in questo senso attraverso le sincronicità. In molte tradizioni spirituali questo è stato chiamato “stato di Grazia”; uno stato in cui si sente una connessione speciale con il potere creativo dell’Universo.

La proposta, quindi, è di imparare a cercare la felicità interiore direttamente e non attraverso gli eventi esterni, che per natura sono mutevoli ed effimeri.

Hawkins sviluppa questa idea in modo approfondito in tutta la sua opera e nel grafico seguente mostra come il livello generale di felicità sia direttamente correlato al livello di coscienza.

Figura 9. Livelli di coscienza e percentuale di felicità. Preso da “La spiritualità e l’uomo moderno”, D. Hawkins

Come è stato spiegato, l’evoluzione è inevitabile nel lungo periodo. Si è anche visto come i livelli di felicità corrispondano ai livelli di coscienza; l’unica cosa in gioco è quanto tempo si soffre nel processo. È come uno studente che sa di dover completare la sua formazione universitaria, ma è libero di decidere quanto sforzo è disposto a fare per finire prima. La nostra felicità è una nostra responsabilità; è un viaggio soggettivo di realizzazione; si tratta di lasciare andare l’ego e di connettersi con il Sé attraverso qualsiasi metodo o linguaggio si voglia usare. La connessione con il Sé non è una questione intellettuale, ma esperienziale. La felicità permanente non si ottiene attraverso gli oggetti del mondo, ma attraverso la realizzazione della propria essenza.

Un pensiero riguardo “[XIV] pag. 114. Un nuovo paradigma della realtà? > Capitolo 3. I livelli della coscienza

  1. L’attitudine è la chiave, ricordo quando per la prima volta leggendo un libro di Victor Frankl “Il senso della vita” cominciai a pensare in questi termini. Ero abituato a pensare che la mia vita fosse condizionata dagli eventi esterni, senza soffermarmi a valutare quello che l’autore definisce como lo spazio in cui possiamo esercitare la nostra libertà: la nostra reazione agli eventi esterni. Essendo sopravvissuto a un campo di concentramento nazista avrà avuto modo di vedere come in una situazione tra le peggiori che si possano immaginare gli esseri umani reagiscono nei modi più diversi, non importa per quale ragione. L’importante è che anche in una situazione così estrema esiste la lbertà individuale, ovviamente limitata rispetto a delle condizioni più favorevoli, ma è innegabile la sua esistenza. Da questa semplice, ma rivoluzionaria, considerazione germoglia la capacità di affrontare il dolore inevitabile riducendo l’impatto della sofferenza che, essendo un prodotto della mente, può peggiorare drammaticamente la nostra salute mentale creando scenari che portano alla devastazione interiore, che certamente sarà sempre proporzionale alla gravità della situazione che stiamo vivendo. Non è paragonabile sopravvivere in un campo di concentramento per anni che affrontare un lutto familiare, ma in entrambi i casi ridurre la sofferenza è sicuramente molto utile ai fini di preservare la salute mentale.

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